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data: 22/07/2009
MUSEO DEL COSTUME FARNESIANO
Gradoli, venerdì 24 luglio, ore 18.30

Piazza Luigi Palombini

Con il contributo e il patrocinio della Regione Lazio, il Sistema Museale del Lago di Bolsena presenta

“PORGETE ORECCHIO, EGREGI MIEI UDITORI...”

Viaggio nel mondo della poesia popolare improvvisata in ottava rima

racconto teatrale a cura di Antonello Ricci e Alfonso Prota

in collaborazione con Società Cooperativa STAF

Porgete orecchio è uno spettacolo adatto a tutti. Si basa su testimonianze e cantate improvvisate registrate da Antonello Ricci all'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso in vari paesi dell'Alto Lazio compresi tra il bacino del Lago di Bolsena e la Maremma laziale. Trasformando racconti e rime dei cosiddetti poeti a braccio in narrazione teatrale, Porgete orecchio rievoca storie di brigantaggio, di emigrazione, di guerre mondiali, di lotta per la terra e di riforma agraria, di boom economico a scoppio ritardato, di agonia e morte del millenario ordine socio-economico del latifondo.

Ecco allora l'idea: attraverso una sceneggiatura di storie di vita intercalate da aneddoti di tradizione orale e frammenti cantati in rima, Porgete orecchio rievoca da una parte la tradizione dell'ottava popolare e dell'improvvisazione poetica nell'Alto Lazio; dall'altra oltre un secolo di lotte per la terra nelle nostre comunità, come esse filtrarono nei semplici versi dei suoi modesti cantori.

Il cast si compone di una voce narrante (Ricci) e due voci di “contrappunto” (Alfonso Prota e Olindo Cicchetti).

Nel mese di agosto Porgete orecchio sarà in mini-tournée per i Musei del SIMULABO: 5 agosto Farnese (ore 21.00), 6 agosto Cellere (21.00), 10 agosto Latera (21.00), 11 e 18 agosto Bolsena (21.15), 23 agosto Acquapendente (18.00)

L'iniziativa è promossa dal Sistema museale del Lago di Bolsena nell'ambito del programma MUSEION

INGRESSO LIBERO

Soc. Coop STAF arl – Via Cairoli 2, Viterbo – Tel/Fax 0761/347625 – www.staf-vt.it / info.coop@staf-vt.it

… PER CHI VOLESSE SAPERNEDI PIU' SU POETI A BRACCIO E POESIA IMPROVVISATA...

Poeti a Braccio come Ruggero Bonifazi da Canino o Fedele Giraldo da Montefiascone discendevano da una schiatta illustre e dimenticata: quella degl'improvvisatori popolari, contadini e pastori dell'Italia Centrale, artisti del canto estemporaneo in ottava rima. Campioni già a quel tempo in via d'estinzione, ma un tempo numerosi e richiesti, per campagne e cittadine, dalla Lucchesìa agli altipiani d'Abruzzo alle maremme tosco-laziali. Fra i loro antenati, per dire, la Divizia contadina dei Bagni di Lucca, alla quale Montaigne accenna nel suo Viaggio in Italia; o il Giandomenico Pèri d'Arcidosso, improvvisatore bifolco alla corte dei Medici agl'inizi del Seicento; o ancora la Beatrice Bugelli di Pian degli Ontani, nel Pistoiese, il cui talento affascinò due generazioni di romantici, da Niccolò Tommaseo a Renato Fucini.

Ancora fino alla metà del secolo scorso i poeti a braccio rappresentavano la memoria vivente d'una tradizione formidabile. Unica, per durata e resistenza, nella storia della nostra letteratura. Soprattutto i grandi poemi cavallereschi, come l'Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata, che attraverso il Big Bang della stampa avevano portato la poesia a latitudini geografiche e sociali quasi impensabili per il contesto culturale italiano: dalle piazze dei liberi comuni medioevali e dalle corti rinascimentali fin sulle rapazzole di anonimi pastori transumanti, nelle veglie dei poderi, nelle fiere e nelle feste di paese. E proprio nelle opere maggiori del nostro Cinquecento gl'improvvisatori popolari, autodidatti rozzamente alfabetizzati, scoprivano un po' di quel che Don Chisciotte cercava nei suoi libri di Cavalleria: il tenero, anacronistico rimpianto per un'Età dell'Oro, un'Arcadia Felice ormai scomparsa. Tutta poesia, niente classi sociali.

E dire che molti fra gli intervistati da Antonello Ricci avevano 14-15 anni appena quando erano partiti per la prima volta dai loro paesi con qualche compagnia di braccianti verso le bassure di Montalto: quindi avevano fatto in tempo a conoscere, e subire, l'ordine antico del latifondo maremmano, le sue gerarchie inflessibili, la sua fame. Quel mondo ben sintetizzato da Silone in Fontamara: prima il principe Torlonia, dio in terra. Poi i servi del principe. Poi i cani dei servi del principe. Poi nulla. Poi ancora nulla. Poi i cafoni. In Maremma molti di loro avrebbero lavorato tutta la vita.

Nell'ottava rima questi uomini riconoscevano la possibilità di dare un senso alla propria esperienza di vita e di curarne le piaghe. L'ottava: cantata a squarciagola da giovani per osterie e fraschette, consegnata poi spesso - con la maturità - alla meditazione della pagina scritta.

Poeta a braccio è anche Nonno Olindo, uno dei protagonisti di 1932, racconto in versi di Antonello Ricci uscito nelle settimane scorse per i tipi di Davide Ghaleb editore.

Patrizia Coppa
Direttore responsabile

REG. TRIB. VT N°01/08
 

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