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data: 27/03/2010
Ma quale Viterbesità!
E’ come uno che non si lava il viso

Ma quale Viterbesità!

Sarò pure un rompicoglioni, ma possibile che nessuno a Viterbo si è sentito in dovere di dire due parole su quanto ho scritto sul numero passato in cui ricordavo che a Viterbo in antico si svolgeva la Giostra del Saracino, come ad Arezzo?

Nessuno, politici, amministratori, cultori della storia locale, cittadini... nessuno ha nulla da dire!!!

E si parla di Viterbesità?! ma fatemi il piacere! in una città storica come la nostra, carica di memorie, di tradizioni, tutto tace.
Tutti tacciono.
E sì che si parla da anni delle Terme, della Ferrovia, del Raddoppio della Cassia, del Museo della Macchina di santa Rosa, di infrastrutture in genere, della sanità...
ma che palle!!!

Parole, parole su parole, parole che non esistono quando propongo il ripristino di una Giostra che tanto lustro ha dato a Viterbo.
Ma cosa posso sperare di buono quando nemmeno la faccia dei nostri palazzi e delle nostre case sono rispettate?

Una città dove viene abbandonata la cura degli intonaci delle abitazioni è pari ad un individuo che non lava il viso la mattina.

Non c’è a Viterbo una via, un vicolo, una strada in cui le facciate dei palazzi siano prive di intonaci caduti, di tinteggiature multicolori, di tinteggiature divenute solo un lontano ricordo, di infissi fuori tempo.

Per non parlare, anzi ne parlo proprio, di quelle case che ancora, a stento ed ostinatamente conservano tracce di graffiti.

Graffiti così rari a Viterbo e che vanno sempre più scomparendo.

Intendo riferirmi, ad esempio, alla Casa della Pace, in Piazza delle Erbe e al Palazzo Nini in Via Annio.

Cadono a pezzi!!!

Appena si è insediato a Viterbo il prefetto Carmelo Aronica, gli ho manifestato che lo stesso Palazzo della Prefettura o del Governo, se più ti piace, ha la tinteggiatura, specialmente su Via san Lorenzo, che si accartoccia su se stessa e cade in terra, rendendo il palazzo davvero una vergogna, alla vista di chi vi transita avanti.
E non è finita, a due passi è Piazza del Plebiscito, che voglio chiamare, come in antico, del Comune, centro storico-culturale della Città papale, con una miriade di arlecchine tinteggiature.

Che alle pitture di Picasso fanno un baffo!

Colori i più svariati, incompleti, colori sui colori e sui colori ancora, diversi sulla stessa facciata, con macchie di vernici usate per coprire qualche scritta ad opera di imbecilli.
Un menefreghismo generale, totale, manco non fossimo a casa nostra!

Ma che vuoi fare se neppure si trova il tempo e la voglia di rimettere a dimora il porfido divelto in Piazza del Comune e il buco creato dalla sua mancanza viene attappato con un ignobile, vergognoso, inopportuno, antiestetico mucchietto di catrame freddo!!!
Povera Viterbo, povera Viterbesità beffeggiata!


Mauro Galeotti
dal quindicinale La Città

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Ecco l'articolo al quale mi riferisco sopra, già pubblicato sul quindicinale La Città

Una tradizione non solo aretina

La Giostra del Saracino

Una delle tradizioni viterbesi perdute da tempo è la Giostra del saracino. Un gioco che è rimasto radicato nella vicina città di Arezzo.

Per chi non lo sapesse, la giostra consiste in un antico gioco cavalleresco medievale, autentica simulazione di uno scontro bellico, dovuto all’evoluzione di un esercizio militare che vedeva un cavaliere armato di lancia affrontare l’infedele, ossia l’arabo, o meglio il Saracino.

Consiste nel colpire un bersaglio, posto sullo scudo del Buratto, un automa girevole che impersona il Re delle Indie, con un colpo di lancia al termine di una veloce carriera a cavallo.

Nella Biblioteca degli Ardenti sono conservati alcuni bandi che mi piace riportare, perché non comuni.

Anche perché, non effettuandosi più tale giostra, non se ne perda almeno la memoria ed anche perché a qualche amministratore gli venga la voglia di riprendere tale antico gioco.

«Per la Corsa del Saracino.
Volendo li molto Illustrissimi Signori Conservatori del Popolo dell’Illustrissima Città di Viterbo tra gli altri trattenimenti di Carnevale ordinano la Corsa del Saracino con le solite lance e concedere gli infrascritti premi alli vincitori per il presente pubblico bando si fa intendendosi a tutti quelli, che vogliono esporsi à simile impresa, che saranno ammessi con l’osservatione delli sottoscritti capitoli, e non altrimente.

Primo. Che tutti quelli che vorranno venire alla medesima corsa del Saracino debbano comparire il giorno destinato bene à cavallo, e pomposamente addobbati conforme all’uso Cavalleresco, nella divisa, che meglio à loro parerà; e gli abiti loro doveranno essere nuovi e non tolti in presto da altri; et essendo altrimente s’intenderanno esclusi come inhabili à detta impresa del che si starà al giudicio, e dichiaratione delli medesimi Signori Conservatori insieme con li Signori Giudici, che a questo effetto si deputaranno.

2 item che non si possa per modo alcuno eseguire et effettuare la medesima Corsa se li Cavalieri non saranno fino al numero di otto, e non meno, dando però Campo à gli altri se più ne vorranno comparire, come sopra addobbati, e non altrimente.

3 item per dare occasione à tutti di comparire superbamente a detta Corsa per maggior vaghezza, e gusto del popolo, si darà per premio al Masgalano, cioè à quello che meglio e più pomposamente comparirà con la sua persona e cavallo secondo il giudicio, e dichiaratione delli detti Signori Conservatori, assieme con li Signori Giudici, un palio di seta con una paro di calzette similmente di seta, che sono in mostra nelle fenestre del Palazzo delli detti nostri Illustrissimi Signori Conservatori.

4 item che ogni cavaliere debba comparire con tre lance, e quelle correre in tre volte conforme al solito per dare nel segno destinato dalli medesimi Signori Giudici con l’osservanza delle conditioni, che da loro saranno ordinate. 5 item chi farà miglior colpo nel detto segno destinato conforme al giudicio e dichiaratione delli stessi Signori Giudici guadagnerà per premio un’altro palio di seta posto in mostra nelle medesime fenestre del palazzo delli Signori Conservatori.

Dichiarando che quando non si osservino tutte le conditioni predette gli stessi Signori Conservatori intendono di riservarsi, come si riservano la facoltà di applicare li detti premij dove et à chi à le Signorie loro parerà, e non altrimente e così si notifica. 

In fede di Palazzo 27 Gennaio 1622».

Ecco un bando, di dieci anni dopo, con qualche variante.

«Corsa del Saracino.
Dovendosi esporre un Palio per la corsa del Saracino, chi vorrà esporsi alla medesima corsa doverà essere ammesso da’ Signori Giudici à questo effetto deputa con l’osservanza de’ gli infrascritti capitoli d’ordine de gli Illustrissimi Signori Conservatori.

Primo. Che tutti quelli i quali vorranno venire alla medesima corsa del Saracino doveranno comparire bene à cavallo, e pomposamente addobbati conforme all’uso Cavalleresco nella divisa che a loro parerà, senza che portino i vestimenti soliti portati da loro per la città altrimente s’intenderanno esclusi.

Item che debbano tutti comparire avanti à i Signori Giudici per esser ammessi e dichiararsi con far scrivere i nomi loro.

Item che non possa effettuarsi la medesima corsa se i Cavalieri non saranno almeno otto dando con tutto ciò campo à gli altri di comparire e correre con le dette conditioni e non altrimenti.

Item che ogni Cavaliere debba comparire con il suo padrino e con tre lance, e quelle correre tre volte conforme al solito per dar nel segno destinato dalli medesimi signori Giudici, con l’osservanza de i colpi, et altre conditioni ordinate da loro.

Item chi farà miglior colpo secondo le conditioni predette guadagnerà il palio destinato conforme al solito.

Dichiarando che quando non si osservino tutte le conditioni sopradette gli stessi Signori Conservatori intendono di riservarsi, come si riservano la facoltà di applicare il palio dove et à chi parerà alle Signorie loro, e non altrimente. E così si notifica. 

Di Palazzo 24 Febbraio 1632».

A queste regole ne fecero seguito ancora altre nel 1636 con qualche variazione.

La Giostra si teneva in Piazza della Rocca e in Piazza del Comune, e si svolgeva anche in occasione del Carnevale, non di rado veniva data in premio al vincitore una balestra d’acciaio. Ultima giostra nota è quella del 1848, tenuta in Piazza della Rocca il 19 Marzo, in occasione della Festa dello Statuto. Avvenne di pomeriggio, vi presero parte dodici cavalieri e fu talmente gradita, scrive Giuseppe Signorelli, che fu necessario replicarla. Risultò vincitore Scipione Moscatelli «a cui fu posta in capo la corona civica e fu affidato il vessillo pontificio fra le acclamazioni».

So che a nessuno fregherà di riportare in vita questa nostra antica tradizione, ma almeno io con la coscienza sono tranquillo.

Mauro Galeotti


Patrizia Coppa
Direttore responsabile

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